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Pietismo o effettiva bravura? Claudio Imprudente interviene nella querelle sul cantante della trasmissione di Raidue. Un caso che sta già facendo molto discutere
Ma...ma...ma...ma il Fa...fa...fattore X di X Fa...fa...Factor può essere la balbuzie?
Come molti di voi sapranno, l'edizione 2010/2011 del programma di Rai Due vede, tra i partecipanti che hanno superato le selezioni, un cantante, Stefano Filipponi, che quando non canta, balbetta. Per cui, non potendo cantare per esprimersi quotidianamente, è una caratteristica che accompagna il suo "essere nel mondo". Salvo quando canta, appunto.
C'è un "precedente" anche questo abbastanza noto, ovvero l'attore Filippo Timi (della cui balbuzie, in realtà, non si fa spesso cenno, nemmeno a livello di curiosità, nelle interviste che mi è capitato di ascoltare o leggere), che nessuno presenta come l'attore di cui emerge la bravura nonostante il tartagliamento quotidiano.
Questo per dire che la prima cosa che occorrerebbe capire sarebbe il peso che ha avuto la balbuzie nel determinare la scelta della giuria che ha promosso a "X Factor" il suddetto Filipponi.
In realtà, per chi conosce o semplicemente immagina il funzionamento della Tv (in particolare di certi programmi), il problema non è che esistano o meno dei "casi" e che vengano individuati in base alla presenza o meno di caratteristiche che li pongono al di sopra (o al di sotto) dalla media della "normalità"; piuttosto è l'uso che fa la Tv di questi casi, una volta individuati e invitati a mostrarsi. Ovvero, in che modo se ne serve e in che modo il "caso" può servirsi del mezzo. Ovvio, infatti, che anche il "caso" trae un vantaggio dallo sfruttamento della televisione, dei suoi meccanismi e dalla visibilità che concede (anche questo, è un termine dalle sfumature molteplici: la visibilità di operai in cassa integrazione è più innocente di quella di donne in costume dalle otto del mattino alle quattro di notte...- o no? La cronaca minuto per minuto del caso della giovane Sarah Scazzi è ancora "visibilità" o andrebbe nominata in altro modo?).
Da una rapida ricerca su internet mi risulta che la balbuzie di Stefano Filipponi venga già individuata come l'elemento chiave del suo successo finale (quindi davvero un X Factor); oppure che venga riconosciuta come caratteristica che ne determina la dolcezza e la capacità di emozionare (infatti altri fattori x, in tv, possono essere tutti quegli elementi che smuovono facilmente i sentimenti); c'è chi vi vede la trovata giusta per lanciare definitivamente il programma (in pratica, la logica del do ut des di cui parlavamo sopra, in chiave più morbosa: ti concedo un palcoscenico catodico dal quale esprimerti e farti conoscere e tu, grazie al tuo difetto, mi aiuti a far seguire la trasmissione anche da chi normalmente non lo farebbe). In questo caso la balbuzie sarebbe l'X Factor per il cantante e per il programma: un en plein! C'è chi, invece, si preoccupa della correttezza della gara e di quanto la presenza di Stefano rischi di condizionare l'obiettività della giuria. Non a caso, e abbastanza prevedibilmente, uno dei giurati, Enrico Ruggeri, ha sottolineato come il confine tra "emozionare", "commuovere" e "impietosire" sia sottile, ma discriminante, in particolare in un programma che cerca talenti e artisti da lanciare e non semplici casi umani (ma è poi vero?).
Tutto questo, ripeto, non meraviglia me e nemmeno voi. Fa parte del gioco, ormai talmente scoperto che semmai stupisce che possa ancora funzionare.
Ma allora, qual è il problema con il balbuziente canterino? E' il fatto che, quando Stefano canta, ripristinando nell'atto stesso il "pieno controllo di sé", tutto è pacifico, ma quando potrebbe parlare a lui non è concesso lo stesso tempo che gli altri sfidanti hanno a disposizione. Viene azzittito. Anche perché, di necessità, ne occorrerebbe di più, dal momento che la balbuzie rallenta il suo eloquio. Ecco il problema: il "caso" viene accolto volentieri...ma fino ad un certo punto. Poi rischia di stancare, va costretto, irreggimentato, ricondotto alle regole e ai tempi previsti. O ridotto al silenzio.
Ecco, il caso di Stefano ci permette, ancora una volta, di capire meglio e criticare la grammatica di quella scatola rettangolare e magnetica: la facilità con cui si serve di un oggetto d'interesse, la leggerezza con cui ne accetta alcune caratteristiche, perché ad essa funzionali e da essa "contenibili", ma non le implicazioni e, comunque, mai fino in fondo. E il livello di tolleranza delle stesse implicazioni è sempre etero-determinato, perché chi è in Tv raramente ha il potere di sconvolgerne "il formato". X Factor avrebbe potuto modificarsi, anche solo per pochi minuti, per assecondare un po' di più le necessità comunicative di Stefano; avrebbe potuto "smentire", per un tot a puntata, la sua struttura e la sua vocazione; avrebbe potuto dare un'interpretazione meno ovvia e minimale di quel patto "dare-avere" di cui abbiamo fatto cenno sopra, pur rischiando, in tal modo, di esporre ancora di più il tratto "stravagante" di Stefano a discapito delle sue qualità canore. Ma dando in questo modo, al pubblico e alla giuria, la possibilità di abituarsi a quel tratto, facendolo rientrare a piccoli passi nella "normalità" ed escludendolo in modo progressivo dai parametri di giudizio estetico-musicali. In un certo senso, avrebbe potuto portare all'estremo, "al limite" la presenza della balbuzie, proprio con la finalità contraria: infatti è ingenuo pensare che nascondere sia il modo migliore per far dimenticare. A volte l'assenza produce un "più di presenza" (della quale va valutata la qualità, il tipo di rapporto che vi instauriamo e l'azione che quella esercita su di noi), ma non un "più di conoscenza". Questo è il problema.
All'interno di un rapporto reciproco strumentale, si sarebbe potuta creare, anche involontariamente, uno spazio di civiltà e conoscenza in più. Invece, in questo modo, la balbuzie resta un sottinteso simpatico e pateticamente efficace, perché la gente ne ricorda l'esistenza e continua ad attribuirgli un peso, ma non si pone come un dato con cui confrontarsi costantemente (il "pacchetto" Stefano lo contempla sempre, in realtà) nel modo più sereno possibile, con la pazienza e i rallentamenti che richiede, ma in un ambito di "normalità".
Ma questa televisione non è abituata a fare e a farci fare i conti con la realtà. Non vuole, non può, non sa. O siamo anche noi a non volere, non potere e non sapere?
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Claudio Imprudente
(Pubblicato su Superabile.it il 29 ottobre 2010)